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“A differenza dei videogame…”

by su 27 gennaio 2012

Rapunzel e Pascal“…noi raccontiamo storie”. Dice Glen Kean, il “papà” de La Sirenetta di Walt Disney e di altri personaggi più o meno di successo ideati sotto lo stendardo di Topolino. Lo dice in questo articolo che tratta delle opere del papà delle “Principesse Disney”. Tra l’altro Kean ha ideato pure la versione Disney di Raperonzolo (vista nel film Rapunzel), che io ho trovato dannatamente geniale e divertente. Insomma, perché un tizio che tutto sommato “ne sa” deve essere l’ennesimo omino nella lunga fila di coloro che usano i videogame come metro di paragone per valorizzare il proprio lavoro?

Psychonauts: che faccia da scemo!

Moltissimi videogame riescono a coniugare azione con una bella trama e personaggi memorabili. Ne cito uno a caso...

La frase “incriminata”, per intero, è “Non dobbiamo competere con i videogames, noi raccontiamo storie, non dimentichiamolo”. Che secondo me viene detta nel pieno della buona fede, specificando come nelle storie che lui crea, Kean preferisce valorizzare intrecci e situazioni alla frenesia dell’azione (tipica, a quel che capisco, dei videogiochi). Sacrosanto e legittimo. Il punto è: quanto è vero che in un videogame la storia non conta? O conta poco? O non fa da contraltare all’azione? Negli ultimi anni diventa sempre più frequente il trend a inserire nei giochi una trama articolata, magari persino prolissa, talvolta persino versatile rispetto a ciò che fa il giocatore. Siamo passati dalla sequenza di livelli da superare uno dopo l’altro a storie interattive che contengono più o meno gameplay. E talvolta ‘ste storie non è che abbiano troppo da invidiare ai film. Altre volte invece se li pappano letteralmente, ai film, per immersione e qualità di ciò che viene narrato. E non mi riferisco solo alle vicende di un Adam Jensen, agli intrecci di Heavy Rain o alle avventure in L.A. Noire o Alan Wake. Cioè, non limito il discorso a giochi pensati per un pubblico cresciutello: software house come Insomniac, Double Fine, Nintendo, Naughty Dog e via dicendo sono anche in grado di scrivere e animare storie capaci di ipnotizzare grandi e piccini, ricche di personaggi memorabili e comunque non “buttate li”.

Se poi si vogliono provare a dare pesi differenti ai processi creativi che hanno dato vita a Rapunzel e Guybrush Threepwood, allora tempo proprio che il discorso si sottragga alle mie limitate capacità cognitive.

From → Rantolii

8 commenti
  1. Credo che il problema nasca dal fatto che non conosca i videogiochi tranne magari qualche titolo famoso e diffuso, come Wii sport…

  2. Beh, Wii Sports ha una bella trama… #°_°#

  3. felicità permalink

    Sentire parlare di competizione in senso stretto mi fa un po’ specie. Certo, se volessimo confrontare le due industrie dell’intrattenimento, come fossero le facce di una medaglia, prendendo magari in esame i risultati finanziari che esse stesse registrano potremmo anche farlo. Ma i due “mondi”, per quanto accomunati dalla medesima merce di scambio (soldi per emozioni) mantengono peculiarità ben definite, che ci ricordano quanto distinti siano l’uno dall’altro. Il primo mette lo spettatore in una condizione di passività (difatti il fruitore riveste esclusivamente il ruolo di spettatore); il secondo lo rende protagonista attivo. Differenza tutt’altro che marginale. Perchè, dunque, parlare di competizione? Io parlerei piuttosto di contaminazione. Ed è curioso osservare come questa contaminazione, partita dal cinema verso il videogioco negli anni ’80, con molti titoli che attingevano a trame di film di successo abbia, in diversi casi e nell’ultimo decennio, invertito la rotta: dal videogioco al cinema. Questo testimonia quanto, anche dietro un videogioco ci possa essere una storia di spessore (che poi questo spessore possa essere di maggiore o minore rilevanza è un altro paio di maniche, esattamente come nel cinema. Anche in Wii Sports c’è una storia, magari dallo spessore irrilevante, ma ce l’ha🙂 ). Parimenti, anche sotto l’aspetto tecnologico vedo una contaminazione reciproca, che ha giovato ad entrambe le industrie attraverso i rispettivi “know how”. Come non pensare al motion capture nei videogame ed al 3D nel cinema di animazione? Imho tutto questo ha generato soltanto un circolo virtuoso, altro che competizione. Dunque, per concludere questo intervento (noioso? fuori luogo? fa niente, confido nella tua pazienza Stef) penso che la frase di Glen Kean, anche se proferita in totale buona fede sia effettivamente poco sensata. O forse questo senso non l’ho colto neppure io.

    • Mah… sai che c’è… la frase di Kean in effetti è stata pronunciata nella buona fede proprio perché alla base secondo me c’è il preconcetto che i videogame non abbiano all’interno narrazione o trama. Così come si dice di alcuni film tutti azione ed esplosione che “sono come dei videogame”. E’ una convinzione che secondo me sarà dura a morire, specie perché come nel caso specifico proviene da gente che tutto sommato dell’industry dovrebbe capirne qualcosa. Forse è questo che fa amareggiare di più.

  4. Lo dirò fino alla morte, Saranno i nostri nipoti a veder eleveto il media videogioco. Solo allora avrà la stessa valenza culturale dei film, e non nasceranno più queste malcelate competizioni o sghembi paragoni.

    • E noi FINALMENTE potremo lamentarci con roba tipo “Eh si, dici bene tu, MA AI MIEI TEMPI…”

    • I nipoti di chi c’era quando sono nati i fumetti non l’hanno ancora vista, questa cosa della valenza culturale elevata, se non all’interno di certi contesti precisi e secondo regole precise. Secondo me i nipoti nostri non fanno in tempo a vederla per i videogiochi.🙂

      • Dai, un po’ lo sdoganamento del fumetto c’è stato. Principalmente grazie all’ondata dei manga negli anni ’90. Nel senso che da quando c’è in giro Dragonball si è sentito il bisogno di elevare altre forme di fumetto.🙂
        Scherzi a parte il concetto di “valenza culturale elevata” in relazione a media di intrattenimento come fumetti e videogiochi è ancora piuttosto flebile e difficilmente le cose andranno a migliorare nei prossimi anni, specie ora che il videogame sta attraversando questa fase così frenetica e – lasciatemelo dire – “casualotta”.

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